Ogni tanto capita che è sabato e c’è da andare in Spiller e guardi fuori… e piove. Allora niente, non si va, io in Spiller quando piove ci vado solo se c’è Nicola Tisato, sennò no.

Però poi dopo torni a letto e non prendi sonno, il nervosismo prende il sopravvento. Allora un modo per uscirne c’è: vado in libreria e mi compero 5-6 libri di montagna, torno
a casa e mi sprofondo in una lettura che dura tutto il giorno e che interrompo solo ogni tanto per fare uscire a pisciare Leone o per prendere una birra in frigo.

E così tempo fa mi sono ritrovato a leggere tutto d’un fiato ’33 Uomini’, di Jonathan Franklin.
Forse vi ricorderete, forse no. Nell’agosto del 2010 dei minatori cileni rimangono imprigionati a quasi -700 in una miniera sperduta nella landa del Deserto di Atacama, in 33 per 69 giorni.
Vengono trovati dopo 17 giorni dal crollo attraverso lo scavo di una condotta di 12 centimetri di diametro, attraverso la quale verranno nutriti, dissetati e informati per tutto il restante
tempo. Verranno poi estratti attraverso lo scavo di un’altra condotta larga 60 cm, estratti attraverso una capsula chiamata Fenix che li porterà tutti in salvo. 69 giorni sottoerra,
nel tuo posto di lavoro: fanno dieci settimane. La più lunga permanenza sotterranea involontaria della storia.
…………
Leggendo il libro è netta la sensazione di intrappolamento e di distanza dal mondo vissuta dai 33 minatori; io non ho mai la sensazione di essere ‘sottoterra’ in grotta, l’aria che gira,
la conoscenza del percorso fatto per entrare mi fanno sempre sentire all’aria, vorrei dire all’aperto. Penso che uno speleologo possa capire: stare in grotta non è stare ‘chiusi dentro’ la
montagna, è stare ‘CON’ la montagna.
Questi minatori intrappolati vivono 69 giorni con temperature di 33/34 gradi, in un’aria soffocante e polverosa, con
umidità del 95 %. Chi va in grotta invece vive nel freddo umido, spesso esposto al vento che porta via calore.
Penso allo slogan degli amici di Forlì ‘il tuo futuro è sottoterra’ e penso che questi 33 hanno veramente vissuto un presente e un futuro sottoterra, senza alcuna certezza di essere trovati prima
e di essere salvati poi, altro che noi e le nostre domeniche in grotta a divertirci in compagnia, con la rassicurante presenza di una corda semistatica che pende dietro di noi.
Il libro non è esente da difetti, come quando si trova che nella profondità della miniera i minatori si rifugiano ‘in una grotta’ o quando paragona il sentimento dell’unico non-cileno
presente, il boliviano Carlos Mamani, alla sensazione provata ‘da un croato in una buca di serbi’, bah.. però nel complesso è una lettura affascinante e coinvolgente. Forse solo dei
minatori come questi cileni possono capire la sensazione del lento spegnersi delle fioche luci sui caschi dei 33 man mano che calano le batterie di alimentazione. Pensateci un attimo:
noi sappiamo sempre come fare ad uscirne. Certo, ogni tanto si becca una piena, ma ogni speleologo sa che se non fa il mona prima o dopo si esce. Invece questi certezze non ne avevano e
fino alla fine nessuno poteva sapere se ne sarebbe uscito, anzi nei primi 17 giorni nessuno sapeva neanche se da fuori qualcuno stava cercando di fare qualcosa.
Il libro è scritto dal giornalista Jonathan Franklin, che vive dal 1995 a Santiago del Cile e chè è stato l’unico giornalista ammesso nella zona delle operazioni di
recupero.
Prendetevi il libro, oppure ve lo presto io, vale la pena ricordare.
Gianki GGT-CAI Vi.

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