‘Fu in queste settimane, credo , che ci entrò così profondamente nell’animo il paesaggio dell’Altopiano.

In principio, di esso si avvertiva piuttosto ciò che è difforme,
inanimato, inerte: ma restandoci dentro, e acquistando via via un certo grado di fiducia e di vigore, anche l’ambiente naturale cambiava. A mano a mano, le parti vive,
energiche, armoniose del paesaggio prendevano il sopravvento sulle altre, e presto trionfarono dappertutto, e noi ne eravamo come imbevuti. Le forme vere della natura
sono forme della coscienza. Di queste cose si è sentito parlare nelle storie letterarie, ma quando si esperimentano di persona paiono nuove, e solo in seguito, riflettendoci,
si vedono che sono le stesse. Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi e quel paesaggio s’è associato per sempre alla nostra idea di libertà.
In molti modi è un paesaggio adatto a questa associazione: intanto è un Altopiano, uno zoccolo alto, e tutti i rilievi sono sopra a questo zoccolo, ben staccati dalla pianura,
elevati, isolati. Questo si sentiva fortemente lassù: eravamo sopra l’Italia, arroccati. Poi, su questa piattaforma c’è una gran ricchezza di forme specifiche; non è affatto
uno zoccolo informe, è un mondo organico, con le sue montagne, e le sue piccole pianure, e le groppe boscose; un mondo alzato tra i mille e i duemila metri, simile a questo
in cui viviamo normalmente ma vuoto, nitido, lucente. La forma più tipica, specie nel centro dell’Altopiano, là dove eravamo noi, sono i piccoli circhi, i teatri naturali,
in cui la roccia tende a modellarsi; certo ci sarà qualche buon motivo geologico, ad ogni modo è così. Ce ne sono tanti, alcuni minuscoli, alcuni imponenti, ma sempre di
misura umana, come teatri antichi, in Sicilia, in Grecia. C’è pascolo magro, la roccia è li sotto disposta in lastre ampie, e a ogni momento affiora; i dirupetti si atteggiano
in semicerchio attorno alle piccole cavee; le lastre sovrapposte si slabbrano in blocchi regolari, simulano gradi, scalinate, piedistalli, pezzi di colonne cadute; sei in un
teatro di pietra grigio perla e grigio rosa. In questi spazi formati, anche i gesti, i passi acquistano forma, cioè una relazione ordinata ed armonica con essi; pare che il mondo
non ti contenga soltanto ma ti guardi. Qualche volta capitando in uno di questi teatri, mi sedevo sui gradini vuoti, velati dal muschio e dall’erba, e stavo lì, misurando
con l’occhio la piccola scena, fino alla sporgenza di roccia in fondo, dietro alla quale c’era un altro teatro così, vuoto; e dietro a quello altri ancora, in lunghe sequenze
imprevedibili. Era come trovarsi fra le rovine di un

Luigi Meneghello

Mario Rigoni Stern

a città abbandonata: le distanze erano percorribili, ci si sentiva a proprio agio, e insieme un pò eccitati; era proprio
una città, enorme, vuota e sconosciuta, ma tutta umana.
E’ lassù che ci siamo sentiti liberi, e non è meraviglia che questi circhi, questi boschi, queste rocce fiorite ci siano passate dentro, come modi della coscienza, e ci sembrino
ancora il paesaggio più incantevole che conosciamo’.

Da ‘I Piccoli Maestri’ – Luigi Meneghello, 1964.

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