la storia di giovanni battista cacciamali,che nel 1899 fondò il circolo speleologico la maddalena di brescia,uno tra i primi gruppi speleologici in italia e nel mondo. [articolo pubblicato nella rivista “montagne 360 di questo mese].Vi sono tanti modi di vivere e vedere la montagna.
Vi è chi guarda le montagne pensando alle vie da salire o alle vette da raggiungere. Altri Pensano a tutti gli accadimenti che hanno portato alla formazione della roccia,ne studiano le pieghe,gli strati,ne leggono l’antica storia scritta sulla superficie. Altri ancora sono interessati alla flora,alla vita animale o agli insiediamenti umani. Poi, vi sono quelli che immaginano ciò che non si vede. Immaginano percorsi di acque sotterranee, poichè le acque che sgorgano devono avere zone dove quest’acqua viene assorbita. Chi pensa all’interno delle montagne,guarda i segni esterni come traccia di un possibile mondo interno. Guarda le rocce erose, gli avallamenti, si interessa ai buchi che soffiano aria o la aspirano. E , ancora, cerca nuovi ingressi o prova a ritrovare ciò che è stato indicato o che si ritrova sulla carta, ma ora è in mezzo ad una selva inestricabile o è stato cancellato da cave o strade o altri interventi umani. Lo speleologo fatica a condividere, a spiegare la sua attività al di fuori da una ristretta cerchia di persone. Inoltre non può indicare, non può dire “là”, ma deve mostrare mappe,ipotizzare percorsi. Parla di qualcosa che non si vede.
Giovan Battista Cacciamali riuscì a farsi intendere e riuscì anche a creare un gruppo di persone che lo seguisse nelle grotte per descriverle e documentarle. Con il circolo Speleologico La Maddalena, nel 1899, diede vita ad uno dei primi gruppi speleologici in italia e nel mondo. Il circolo La Maddalena, fondato nel 1899 ebbe vita relativamente breve, pochi anni. Solo dopo la grande guerra, la speleologia a brescia, riprese, con altri protagonisti e intenti, le ricerche del Cacciamali e del suo gruppo rimasero alla base di ogni successiva esplorazione,sopratutto per il rigore e il metodo adottati, la speleologia bresciana ebbe altri grandi protagonisti, quali Corrado Allegretti, ma ora ci fermiamo al momento magico a cavallo dei 2 secoli.
Scrivere la storia significa fare scelte ed essere consapevoli che non c’è un’unica storia. Nel caso della speleologia, se pensiamo in termini di prime esplorazioni e prime associazioni pensiamo al Carso Triestino e alla Francia di Martel. Siamo negli ultimi 2 decenni dell’800 e ci riferiamo alla speleologia organizzativa, ovvero a persone che si associano per conoscere le cavità naturali, frequentarle, studiarle, riportare dati e immagini. Tutto questo con i limiti, evidenti, di attrezzature per la progressione e la documentazione. Anche molto prima, in diverse parti d’Europa, singoli scienziati si erano dedicati allo studio di fenomeni carsici, del sottosuolo, ovvero di tutto quanto riguarda le grotte e le loro formazione. Fra questi, ricordiamo Antonio Vallisneri che nella “Lezione Accademica sull’Origine delle Fontane” spazzò via lo stravagante immaginario legato alle grotte, cancellò i nostrialambicchi e anticamere dell’inferno. Egli, in banale sintesi, affermò, “in grotta ho visto acqua che sgocciola e scorre e formarsi quelle che si chiamano stalagmiti. Io ci sono stato”. Quando afferma, “io ci sono stato”, siamo nella prima metà del 700 e tutto cambia. Nasce la ricerca speleologica nel moderno significato del termine, ricerca che non avviene se non per diretta esperienza e frequentazione.

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