Ogni tanto mi chiedo come fare a sentire ancora quell’aria magica, sognante ed irripetibile dei primi anni in cui ho iniziato a fare speleologia. La risposta è: bisogna smettere di cercare cose banali trite e ritrite come la grotta più fonda, più bella, più incredibile, più dura, più didattica, più etc. Bisogna cercare invece: una faggeta d’estate, una compagnia di amici sinceri, una grotta vecchia trita e ritrita, una partenza ad orari assurdi, un viaggio senza uno scopo preciso, un fuoco nel bosco, una luna piena, un sacco gigante pieno di punti di domanda, un’impressione sulle pareti di una Sala che appare difficile da sostenere.
A maggio all’uscita di fine corso in Carso ce l’eravamo giurata e il buon Gianetti puntuale a fine luglio scrive che le promesse vanno mantenute: si deve andare in Apuane. E sia, l’occasione è quella giusta e la compagnia anche : Gianetti e Cristina, Simone e Micky, Gianki e Filippo. Partenza venerdì sera, un po’ tardi per tutti i chilometri che ci aspettano e inoltre la compagnia è anche affamata da giorni e giorni per cui la prima tappa cade nella tradizione più pura: cena dalla Piera a Levigliani, davanti ad un piatto di tagliatelle. Dopo cena la stanchezza (del viaggio, della digestione, della settimana di lavoro, degli ultimi 30-40 anni) si fa sentire per cui ci affrettiamo a salire al Corchia per raggiungere qualcosa ed andare da qualche parte, chissà. Senza che nessuno faccia domande sceme ci cambiamo e nell’oscurità ci avviamo alla grotta, naturalmente Farolfi. La sera è calda, la lune è piena. Dal sentiero del Freo si stacca la solita traccia e un profumo di legna bruciata mi dice che ci sono sorprese: Filippo e Marchino dormono poco lontano e le braci del fuoco ci guidano al bivacco. Non occorre neanche fare le votazioni, già Simone si butta sul tappeto di foglie e prende sonno, noi felici lo imitiamo non prima di aver preso un buon calice di rosso. Si dorme sotto le stelle e si entra domani. Nessuna fretta, nessun affanno, solo un labirinto di faggi e un tetto di stelle attorno al fuoco.
Il mattino dopo raggiungiamo l’ingresso e il soffio del Farolfi ci accoglie benevolo: è grotta, è buio, parte la macchinetta nella testa e il mio pensiero va. Con calma raggiungiamo il Campo, illustrando ai nostri gentili ospiti le amenità del posto. Qui ci raggiunge il Presidente Filippo, con il suo nuovo casco nero che lo fa apparire con metà testa tagliata, cose da vedere. Marchino è rimasto fuori, lo ritroveremo domani. Mentre sale il caffè preparo i materiali e mi metto a riarmare la via per il Figherolfi. Finalmente con la corda nel sacco, finalmente con la chiave in mano e con il nero sotto le suole mi trovo a mio agio, sono contento e filo giù con il mio sacco balena che adesso non mi pare pesare più, gli altri mi seguono. Alla calata del Figherolfi ci riuniamo tutti e decidiamo che si scende nella Sala direttamente, ma prima Simone rende Gianetti l’uomo più felice del Farolfi concedendogli in prestito lo Scurion per spiare le prosecuzioni sulle pareti. La Sala è come la ricordavo, le scritte storiche sono naturalmente sempre lì e ti invitano a ricordare una recente Speleologia che sopravvive forse solo nelle storie raccontate a voce e nei ricordi di chi c’era: ma perché chi può non scrive la STORIA di quegli anni magici?
Risaliamo un paio di nicchioni e poi decidiamo che ci interessa una finestra appena accennata a c. 20 metri di altezza, lato prosecuzione Farolfiana per intenderci. Parte Gianetti come un gatto e in men che non si dica è su, dove da buon vecchio speleo esploratore non dice niente ma aspetta che saliamo per partire tutti assieme. Le nostre LADY rimangono a ciacolare nel Salone (‘..sono babe…’)e noi passiamo in questo tubo ventoso bello grande, prima in traverso, poi in salita, poi in traverso, poi c’è un pozzo, poi il pozzo chiude, poi saltiamo dentro una finestra, poi in una seconda, poi avanti ancora che c’è aria, ma il soffitto si abbassa e allora è Simone che si sacrifica e si tuffa avanti spingendo come una bestia di satana in mezzo alla sabbia e alla fine arriva sul bordo di un grande pozzo da scendere. Game over, finiti i materiali, anche la dinamica che abbiamo usato come statica. Vabbè, è abbastanza, i materiali si possono improvvisare ma la corda in un pozzo ancora non abbiamo immaginato come sostituirla. Però secondo noi non è niente male per una sala come il Figherolfi, dove per decenni gli speleo sono passati senza immaginare cosa sta quassù.
35 anni fa in questo posto Russell/Icaro/Josco facevano la giunzione tra Farolfi e Figherà, oggi questo passaggio alto si chiama L’Occhio di Icaro, in ricordo.
Torniamo e il passo è leggero, l’aria non mi fa freddo e la Forra del Vento continua a emozionarmi come le prime volte che l’ho percorsa con i miei amici Filippo e Marchino. Al campo caffè e the e poi fuori, faccio fatica ma mi sembra di non toccare terra. Naturalmente andiamo al bivacco nel bosco che diventa il nostro Campo Zero e il nostro vero rifugio in questa estate che sta finalmente finendo e in questo weekend che ci è capitato addosso senza che ce ne rendessimo conto ma che ci sta lasciando a bocca aperta. E qui fuoco, wurstel, minestra, panini, formaggio, zucchine sott’olio e vino rosso, materassino, sacco a pelo, stelle, faggi, sogni di cinghiali e di legna tagliata.
Il mattino dopo colazione dalla Piera, pranzo al rifugio da marchino e poi il lungo viaggio verso casa.
Ho respirato l’aria magica e sognante della speleologia bella, senza pensieri e con mille pensieri, come per caso mi è arrivato addosso un fine settimana d’altri tempi con degli amici veri : le cose sono possibili se riusciamo a sognarle in tanti.
Ai miei compagni va l’abbraccio più grande.
Insomma direi che Pablo è vivo.
Gianki , GGt CAI VI
PS. Le foto le inserisco in un altro articolo perché ho scritto troppo e il signor Word Press non me lo consente, cazzo.

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