Ecco un nuovo racconto che se avete la pazienza di leggerlo fino in fondo vi lascerà meravigliati…….a seguire la traduzione in cimbro………
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Il racconto è stato scritto da Gil (Giliano Carli Paris) e ha vinto il premio letterario Tonle Bintarn di Luserna.
Il premio è dedicato al personaggio Tonle di Mario Rigoni Stern e tradotto in cimbro da cinque studiosi Ivan Mosele, Paolo Martello, Franco Rigoni, Lauro Tondello barzeganzich a tutti
Tagaloch
Estate 1933
I rintocchi mattutini di un piccolo campanile mettono in volo le prime rondini.
Gaigar, un vecchio recuperante, percorre le montagne dell’altopiano,fatte di confini
abbattuti e di silenzi, alla ricerca di materiale disperso dalla Grande Guerra.
A percorrere le montagne spaccate dal conflitto mondiale, in quelle stesse ore vi è anche Jacopo, un ragazzo che lavora nel rimboschimento.
Vispo e curioso, il ragazzo non perde mai occasione di incontrare il vecchio, di chiacchierare e di ascoltare i suoi racconti.
Un giorno Jacopo raccolse in montagna, per il vecchio, alcuni oggetti dispersi dalla guerra e, una volta consegnateli, si stupì nell’ osservare le sue espressioni estasiate nel guardare quei piccoli doni metallici. Ma che avevano di cosi interessante quegli oggetti?
Rientrando a casa, Jacopo fece delle supposizioni con una conclusione che lo lasciò incredulo; se ogni giorno, come sentì dire in paese, il vecchio conserva un pezzo di ferro per sé, sicuramente possiede ora una montagna di metallo! Ma dov’è questa montagna? E perché? Come gli sarebbero divenuti utili quei metalli di guerra?
Un mistero che il ragazzo voleva scoprire.
un mattino presto, Jacopo aspettò il recuperante in paese.
Una volta avvicinatolo, gli pone un sottilissimo foglio d’ottone facendolo frusciare fra le mani.
Gaigar, forse sentendo in quel suono un qualcosa di evocativo, ne restò incantato! “È vostro..” disse Jacopo.
Musica afferrò veloce il dono, lo agitò nuovamente, vicino all’orecchio. Borbottò qualcosa. Poi mise al sicuro il foglio in una cassa del carretto e diede un secco comando al cavallo.
Il vecchio salutò così il ragazzo e riprese il cammino.
Jacopo rimase ancor più sorpreso questa volta per aver intravisto nel vecchio, un furtivo sguardo di intensa gioia.
Tempo dopo, il ragazzo, sfogliando una vecchia rivista, trovò illustrato un gioco che gli ha messo la pulce nell’orecchio.
Il tutto consisteva in una scala di note musicali ricavate con una serie di bottiglie riempite d’acqua a diversi livelli. Jacopo era sicuro che il vecchio non fosse a conoscenza di questo metodo. Quello stessa sera incontrò Gaigar mentre percorreva una strada paesana e lo mise subito al corrente. Gaigar lo ascoltò con interesse e volle subito fare una prova. Trovarono delle bottiglie e, raggiunta una fontana, le riempirono.
Subito, il vecchio ebbe conferma di ciò che gli aveva raccontato il ragazzo. Jacopo, approfittando della contentezza di Musica, gli chiese a cosa gli sarebbero serviti tutti quegli oggetti sonori. Gaigar tacque. Poi, in tono brusco, chiese al ragazzo perché fosse così curioso degli affari suoi. Jacopo rispose che era curioso semplicemente perché era un ragazzo tappandogli così la bocca.
Il vecchio congedò Jacopo fissandogli un incontro di lì a pochi giorni all’inizio di una strada denominata Raintental. Lì si sarebbero rivisti e quel giorno il vecchio gli avrebbe rivelato qualcosa di importante.
Il ragazzo è rimasto sulle spine per tutto il tempo perché Presto avrebbe conosciuto il segreto di Gaigar.Venne quel giorno.
Jacopo fu puntuale. Gaigar arrivò e subito lo invitò a seguirlo nel bosco dove raggiunsero una radura. Una volta seduti su alcuni sassi il vecchio chiese al ragazzo se amasse il bosco e le montagne.
Jacopo rispose di sì e aggiunse che il suo sogno era quello di diventare presto un boscaiolo bravo com’era suo nonno. Aggiunse che i boschi contengono segreti e popoli misteriosi e che una volta, tanti anni fa suo nonno fu bloccato sulla stradina del Peerentall da uno spiritello e che dovette aspettare le prime luci del giorno per poter continuare il cammino.
Il vecchio ascoltò compiaciuto e gli chiese se avesse creduto al racconto del nonno “Tutti i bambini credono ai nonni…” rispose’
l vecchio sorrise e iniziò a parlare a Jacopo.
Gli narrò che da molti anni, nel profondo di una grotta, stava costruendo una macchina “evocativa” che potesse imitare i suoni dell’alba. Questo perché, dallo scoppio della grande guerra, gli elfi, le fate e tutti gli abitanti magici del bosco dovettero fuggire nelle profondità della terra perché terrorizzati dalle morti e dalle distruzioni, da allora non uscirono più.
Ora, per farli tornare in superficie nei loro boschi, bisognava mandare loro un segnale per fargli capire che la guerra era finita e che il cielo, le nuvole,l’acqua e le montagne sebbene offese da quella guerra esistono ancora. Inoltre era sua convinzione che portando i primi rumori dell’alba, i primi canti degli uccelli, il fruscio degli abeti, il dolce scendere della neve, la lieve pioggerellina e il suono fragoroso del temporale, li avrebbe fatti ritornare.
Gli chiese infine il suo aiuto.
Jacopo ,restò sbalordito dalla rivelazione di Gaigar. Gridò dalla gioia per I’ avventura che andava presto a intraprendere e giurò al vecchio che avrebbe mantenuto il suo segreto.
Gaigar capì che aveva trovato il ragazzo giusto e questo lo rese fiducioso soprattutto per i giorni che presto gli sarebbero divenuti difficili.
Il vecchio invitò Jacopo a seguirlo nella sua casa.
Là i due hanno parlato del lavoro da fare.
Gaigar gli disse che avrebbe preparato per lui un costume e, alla domanda del ragazzo per che cosa gli sarebbe potuto servire, Musica rispose allontanandosi per alcuni minuti per poi tornare indossando un costume con i colori dell’arcobaleno. “Per essere belli davanti a loro”Risero.
Venne sera.
Jacopo raggiunse il suo nuovo letto. Pensando al suo costume variopinto e fantasticando d’essere un principe si addormentò.
E’ nuovamente giorno. Jacopo si svegliò contento.
Anche Gaigar si sentiva particolarmente felice quel mattino.
Si dedicarono così al vestito di Jacopo,
Una volta terminato, il vecchio disse al ragazzo,che l’indomani sarebbero scesi nella grotta per delle prove importanti.
Jakopo non dormì quella notte.
Il giorno seguente, prima dell’alba indossati i Cerimoniali, uscirono di casa, Si inoltrarono nel bosco finché raggiunsero la voragine chiamata Tagaloch,coperta da una leggera nebbia.
Gaigar disse al ragazzo che essa era perenne e ciò era bene perché nascondeva il loro segreto. Raggiunsero la vertiginosa scalinata fatta di legno e ferro. Con timore, Jacopo seguì Gaigar all’interno dell’abisso. Vista la loro presenza alcuni gracchi alpini si staccarono dalle rocce della grotta e si buttarono nel vuoto in volo.
Quando ebbero raggiunto gli ultimi gradini, ancor prima di toccare il fondo della voragine, quel che si presentò davanti agli occhi di Jacopo lo lascio meravigliato, la più grande macchina che non abbia mai visto prima , costruita in legno simile a un roccolo, dove si intravedeva all’interno una tastiera fatta di leve , di ruote e di pedali, cinghie e carrucole.
Jacopo chiese al vecchio come abbia potuto realizzare tutto ciò ricevendo come risposta che era stato il tempo ad aiutarlo; poi Gaigar iniziò a spiegare al ragazzo il funzionamento della macchina. lnstallò poi sull’immensa impalcatura alcune grosse e antiche chiavi.
Dopo averle ,(legate con dello spago) Gaigar si diresse verso il piano dei comandi.
Jacopo si mise accanto a lui impaziente di sentire i primi suoni.
Lentamente il vecchio iniziò a mettere in movimento il macchinario. presto vide oscillare una tavola con appese le chiavi: questa sarebbe servita ad imitare la brezza del vento.
Jacopo sorrise nel vedere il vecchio mettersi a pedalare, a tirare, a battere, a premere e poi di nuovo a pedalare senza sentire nessun suono se non il suo respirare affannoso.
All’improvviso, là, da qualche parte della macchina musicale, forse nel mezzo, un cinguettio lieve di un passero. Jacopo smise di ridere e si preoccupo per la piccola bestiola finita laggiù.
Per non disturbare Gaigar, il ragazzo si inoltro dentro la macchina da solo per scoprire dove si era cacciata, ma la sua preoccupazione fu inutile perché, all’improvviso, capì. “è la macchina che cinguetta. Che suona. È I’alba!”
Il vecchio ignorava lo stupore del ragazzo e continuava a manovrare la macchina.
Quando Gaigar terminò, Jacopo gli si avvicinò senza parole tanto era incredulo.
Jacopo dovette chiedere al vecchio se era veramente I’alba quella che aveva appena eseguito.
Gaigar disse di si, contento nel vedere il volto del ragazzo meravigliato.
Quella sera Jacopo restò sveglio per molto, a preparare appunti e disegni sulla macchina .
Alla mattina espose le sue idee a Gaigar. Disse che dovevano inserire nell’alba i versi di alcuni animali come I’abbaiare del capriolo e tanti altri ancora

Un giorno, durante le prove, Jacopo si arrampicò sulla grande macchina per verificare delle corde che sembravano allentate.
Salito sopra ad alcuni pali legati tra di loro, notò sulla parete rocciosa
davanti a lui, qualcosa di strano. Con I’aiuto di un asse, fece una passerella e raggiunse la sporgenza della parete.
Con immenso stupore trovò, in quella piccola cengia, un piccolo sgabello di legno
intagliato e dipinto!
Jacopo chiamò a squarciagola il vecchio, quindi si precipitò giù dalla parete rocciosa e lo raggiunse.
Consegnò la piccola sedia al vecchio che la prese con mani tremanti.
Gli gnomi da tempo li stavano osservando.
Dopo averla guardata e riguardata,la piccola sedia fu riposta dove fu trovata.
Alla sera, a casa, non parlarono d’altro. Erano colmi di gioia.
Intensificarono le prove e i lavori, spronati da quell’evento.
Finchè Gaigar svegliò una notte Jacopo.
Disse al ragazzo di indossare il Cerimoniale perché sarebbero scesi nella grotta.
jacopo non si fece pregare tanto era felice di quel l’alzata improvvisa. Lo fu ancor di più nel vedere Gaigar di buon umore.
Lungo il sentiero che li portava alla grotta, conversarono animatamente.
Giunti al Tagaloch, si sedettero . Era buio pesto.
Gaigar indicò a Jacopo una stella, la più luminosa. Gli disse che lui sarebbe sceso subito nella grotta mentre Jacopo avrebbe aspettato la scomparsa della stella con le prime luci del giorno e, a cosa avvenuta, gli avrebbe mandato un segnale dal ciglio dell’abisso. poi I’avrebbe raggiunto.
Gaigar scese lungo la scalinata e scomparve. Jacopo lo distingueva a fatica, una volta in fondo alla grotta, dal lumicino della lanterna che si era portato appresso. Si mise con gli occhi incollati al cielo a fissare la stella.
Guardava Jacopo dentro la notte.
I suoi pensieri erano disturbati di tanto in tanto dal fresco mattino ormai alle porte.
Sentiva nell’aria, sensazioni che provenivano ora dal folto del bosco ora dal buio della notte.
Qualcosa si muoveva intorno e Jacopo lo percepiva.
Ripensò al segnale che avrebbe dovuto mandare al vecchio!
E di colpo capì!
Gaigar avrebbe dato inizio ai movimenti della macchina appena le stelle fossero scomparse dal cielo, alla mattina presto. Jacopo, con maggiore impegno fissò quella stella strofinandosi gli occhi stanchi e paurosi di commettere qualche imperdonabile errore.
Così vide la stella scomparire e ricomparire. Più volte credette di chiamare il vecchio ma erano solamente gli occhi che lo tradivano.
Infine non la vide più. Era I’alba.
Jacopo s’alzò in piedi e come un fulmine raggiunse il ciglio della grotta. Da lì, emise un fischio che avvisò il vecchio. Poi corse a raggiungere la scalinata. Mentre scendeva, nell’assoluto silenzio, un brivido gli corse lungo la schiena. Non era ancora giunto all’ultimo scalino che si fermo.
Nel silenzio assoluto percepì il canto dell’usignolo, s’aggiunse un secondo canto coperto subito dal gracidare delle Gracchi, e udii il frusciare degli abeti e I’abbaiare del piccolo capriolo, il cuculo, il nitrito di un cavallo.
Il viso di Jacopo si illuminò.
Sentiva veramente il risveglio di quel mondo.
Jacopo non si stancava di guardare il vecchio che, senza nessun segno di stanchezza, manovrava la grande tastiera. Staccati gli occhi da Musica, Jacopo guardava la parete ma, degli gnomi, nessuna presenza. Musica continuava a suonare e nulla lo poteva fermare. Avvicinatosi al vecchio, s’accorse sul suo viso gli occhi erano tristi. Avevano fallito ancora.
Gli elfi non sarebbero venuti ad ascoltarli.
Gaigar si dava molto da fare suonava perché quei suoni erano la sua voce, il suo personale richiamo con cui li esortava a ritornare sull’altopiano.
Jacopo, con un nodo alla gola, raggiunse la nicchia dello sgabello, in alto, lassù.
Guardando di sotto il vecchio intento tribolare, vedendo la maestosità della macchina e conoscendo tutte le fatiche provate da lui, a Jacopo uscì un rimprovero, gridato alla grotta, agli gnomi e alle fate.
< < Non è giusto che nessuno di voi ascolti i suoni dell’alba, Musica ce I’ha messa tutta! tutta! >>
Jacopo guardò il vecchio e sorrise. La grotta ora, era colma di elfi e fate. Mille e anche più creature magiche si muovevano in una luce accecante.
Gaigar faceva funzionare la macchina, felice come un bambino.
Jacopo raggiunse il vecchio con occhi che sprizzavano felicità dappertutto.
vecchio capì che la macchina era perfetta da molto tempo ma non bastava; (questi timidi abitanti della natura avevano avuto bisogno di essere rassicurati). Posero fiducia nella voce di Jacopo.
Il vecchio si rivolse a Jacopo con un velo di tristezza. Per un attimo si interrogò su come sarebbero stati i suoi giorni a venire. Il ragazzo lo esortò a essere custode della grotta e del suo segreto.
Il vecchio sorrise. La risposta di Jacopo gli piacque. Avrebbe fatto così.
Più tardi Gaigar consegnò un piccolo foglio al ragazzo contenente sentimenti di gratitudine e di affetto. Il biglietto era scritto con i pittogrammi.
Il ragazzo lo decifrò commosso e lo abbracciò.

FINE

Tagaloch
Zummar 1933.
De morgonde galòite bon àname khlòan klòkkenturme màchent blùdaran de èersten sbèlballen. Dar Gaigar, an altar àizarn züuchanar, dorghét de pèrghe bondar hòach-ébane, gamàcht bon dornichtan mèrcharn un stille, züuchanten ‘s gaplèttarakh gabéetart me gròossen kriighe.
So dorghéenan de perghe gaprochet aù bomme stràite, in den zélben stunt ista gabéest da dar Jakopo och, an puube ba èrbatet so dorbèllaran.
Baltz un lógaziin, dar puube borliart nìa in stunt so borkhèmman in alten mann, bor réedan un lüzanan de zàin sòonen.

An tag dar Jakopo hat galòzet àu, àu fan pèrg, bor in alten mann, an mìntzig gaplèttarakh gabéetart me khriighe un, bail hat-ar-ze-me ghibet, is-sich gabundart zéganten de lüstighekhot me zàin mostàtze luuganten dii khlòonen àizarnen gasénkhar. Bas hat-s gahat azò söon des gaplèttarakh?
Khèeranten hòam, dar Jakopo hat gadénkhet “norèarst“ as dar alte mann hötte galét dehiin an stukhe àizarn altaaghe bia hat-ar gahòrt khödan abe in ‘s lant, zìchar, hèmmest hat-ar an àizarn hàufen! Bàdar, ba iss-ar diizar hàufen? Un ambrùmme? Bia börte-s-me khent dèstar des gaplèttarakh?
An misteeren ba dar puube hat gabelt dékhan abe.
An morgond brüun, dar Jakopo hat gapaitet in alten àizarn-züuchanar abe in ‘s lant.
Kàum hat-ar-en gabùnnet, hat-ar-me ghet an dünnes plèttale gamàcht met latuune machanten-s rüskhalan süssen in hénten. Dar Gaigar, horranten des galòit ist bolàibet gabùndart! Un dar Jakopo hat-me khöt: dis ist an gasénkh bor dich!
Dar Gaigar hat-s gasnàppet bohénne un hat-ar-s gaslòttart ambìdar nàgane me òarn. Ear hat gabruntelt éppasen. Un dénne hat-ar galét dehiin ‘s pletale innont àname khèsselen me baaghen un hat borpòchet me rosse so ghéenan büar. Dar alte mann hat gagrüuset in puube un ist gant bor in zàin bèg.
Dar Jakopo ist bolàibet zéganten an lùstighen luugar imme mostàtze me alten manne.
An mìntzig sait darnaach, dar puube lèzanten an alten jornaal, hat-ar gabùnnet an spiil ba hat-me galét in blòach in ‘s òar.
Alles ist gabéest an stiiga gamacht met galòite gasiighet aus nützanten antìa an bòtza gabüllet met bassar so machan alle de nooten dar musikhen. Dar Jakopo ist gabéest zìchar dat dar Gaigar khénnate net diizen ding. Des zélbe maal hat-ar borkhènt in Gaigar bail iss-ar gabéest dorghèenanten an bèg me lante un hat-me gasèelt aù alles. Dar Gaigar hat-en galüzet aus gherne un hat-ar gabèlt probaran draaten. Kàum gabùnnet de bòtzen zaint-za gant kamme prönnen so büllan-ze.
Dar Gaigar hat draaten bostànt as is-s gabéest baar bas dar puube hat-me gaséelt àu.
Dar Jakopo, zéganten-en azò lùstig hat-me gabóorset: bas machas-to met allen diizen galòitarnen dingarn? Dar Gaigar hat gasbaighet. Dénne hat-ar-me gasnerret tzua, boorsanten-me ambrùmme ar börte azò naidekh.
Dar Jakopo hat-me ankhöt: ambìa pin-ich an puube, “gasoppanten-me azò ‘s maul“.
Dar alte mann hat galasset ghéenan in Jakopen ghéenanten òonig so borkhèmman-zich naach me béeghe ganaamet Raitertàl mìntzig taaghen darnaach. Da zoi börtan-zich borkhènt ambìdar un in den tag ear hötte-me gapàndart an hòoghes ding.
Dar puube ist bolàibet in de dòrne bor de gantze sait ambìa palle ear hötte gakhànt de stüllinghe me Gaigare.
Ist khent dear tag ,dar Jakopo ist gabéest da bor èerstar un bénne is-ar khent dar Gaigar och, ear hat-en galaadet so bòlgan-me inn in balt, ba habant-za gabùnnet an fratta. An botta gasòtzet in de khnòtten dar alte mann hat gabóorset me puube ad-ar liibate in balt un de pèrghe.
Dar Jakopo hat ambóortet ja! Un hat gazùnzart aan och as dar zàin tröom ist gabéest dorkhèmman bohénne an bèrchanar, bravot zobìa dar zàin bóarbaatar. Un dénne hat-ar gazùnzart och as de bèllar habent drinn stüllinghe un dorzoovarne völkhar un an botta, biil jaardar èerzing, dar zàin bóarbaatar ist bolàibet gahàltet aù naach me béeghe me Pèerentale bon àname gàistlen un hat-ar gamisset paitan de èerste lichte bomme taghe so möogan ghéenan büar ambìdar.
Dar alte mann hat galüzet fròo un hat-me gaboorset ad-ar haabe gakloobet dar sòonen bomme boarbaatarn “alle de khindar khloobent son boarbaatarn” hat-ar-me ankhöt.
Dar alte mann hat galèchelt un dénne hat gahöobet aan prèchtan somme Jakopen.
Hat-ar-me gaséelt aù as biil jaardar èerzing, imme tiiforsten bon ànara kubalen, ear ist gabéest borhàntan machan aù an maschina, ba mööghe naach ghéenan me galòite dar morghen-richte. Ditzan ambìa, kaum gahöobet aan dar gròose khriig, de sbèrglen bomme balle, de faaden un alle de dorzoovarn èrbigar bon pèrghen zaint inkhant in-s tiiforste bondar èerden un gabörtet bomme tòote un bon pöozekhot bon dear sait zaint-za nemmear khent aus.
Hèmmest, bor machan-ze khèeran aus, in de zàin bèllar,ista gabéest mànghel so siikhan-en an bénkh, so machan-ze bissan as dar khriig ist gariibet, un dar hümmel, de böoren, ‘s bassar, un de perghe, éeben as gabuntet bomme khriighe zeinta noch. Un dénne hat-ar höortan gakloobet as prìnganten de ersten galòitar bondar morghen-richte, de ersten gasènghe bon bóogalen, ‘s garùspalach in bòichten, ‘s züuse gaballach me snéebe, ‘s dözalle un ‘s gatöze me bèttare, höttar- ze gamàcht khèeran bon nojame.
Amme lésten, hat-ar-me gabóorset de zàin hölfe.
Dar Jakopo ist bolàibet bon böortarn me Gaigare. Ar hat gasràighet bondar lùstighekhot bor des ba ar ist gabéest naach höban aan un hat-me borhòoset dat ar hötte gahaltet alles stüllinghe.
Dar Gaigar hat bostànt ad-ar hat gabunnet in justen puube un ditzan hat-me ghéet khlòbe übarallame bor de taaghe ba börtan-me khent sbèar.
Dar alte mann hat galaadet in Jakopen so bòlgan-me in de zàin home; da de peede habent gaprèchtet naach dar erbot so tüunan.
Dar Gaigar hat-me khöt ad-ar hötte baròotet an gabànt bor inn, un bénne dar puube hat-me gabòorset bas börte gabéest dèstar, hat-ar-me ankhöt ghéenanten dehinn bor an bàille un dénne kheranten met àname gabànte metten berben me régabörme. “So zeinan söon braan inandarn“. Habant-za galàchet.
Ist khent ‘s maal. Dar Jakopo ist gant so pette, dènkhanten na me zàin gabèrbanen gabànte un machanten bènten zeinan an printz un is-ar-sich inslaafet.
Is-s tag bon nòjame. Dar Jakopo is-sich dorbékhet fròo.
Dar Gaigar och ist gabéest biil lùstig den morgond.
Ze habent-zich ghéet so tüunan naach me gabànte bomme Jakopen.
Kàum gariibet, dar alte mann hat khöt somme puuben as morghen börtan-ze gant abe in de kubala so tüunan an hòoga proova.
Dar Jakopo hat net gaslaafet doi nacht.
In tag darnaach, boar dar morghen richte, galet aan de gabèrbanen gabèntar, zeint-za gant aus bon hoome. Ze zaint gant inn in balt fintz me looche ganamet Tagaloch, ba is-s gabéest gadèkhet bon àname laichten nébele; dar Gaigar hat khöt me puuben ba zaint-ze gabéest höortan un ditzan ist gabéest söon ambìa hat-ze gahàltet stüllinghe alles. Ista gabéest an stikhelta prukka gamacht àu met holtze un àizarn. Met an mintzig börte dar Jakopo is gabòlghet me Gaigare abe pa looche. Kàum gatànt baar bon peeden, antìa an taaga ist gasprunghet aus bon stéelen dar kubalen un is-zich gajukhet abe in-s leare blùderanten.
Nòchont gariibet so ghéenan abe po prukkhen, noch boar so rüuran aan in poodom me loche, des ba dar Jakopo hat gazécht hat-en galàsset gabùndart, de gröossorste maschìna ba ear hötte nìa gazécht, gamacht aù met holtze zoa-as-ze hat siar gapreart an ròccolo, innont hat-zich gazécht an erbot-platta gamacht met levìaren, réedarn, buusprettarn, górtalen un sarèllen.
Dar Jakopo hat gabòorset in alten manne bia ear hötte gamöcht tüunan alles un hat-ar-me ankhöt as ist gabéest de sait so hölfan-me; dénne dar Gaigar hat gahöbet aan höotaran me puuben bia nüutzan de maschìna un hat-ar gahanghet àu fanan hozzelar antìa an grossar un altar slüssel. Darnaach haban-ze gapuntet memme draate, dar Gaigar ist gant tzua dar erbot-platten. Dar Jakopo hat-zich gahàltet nàgane iime pàitanten so hòrran, ‘s èerste galòit.
Azò, làize làize, dar alte mann ist gabéest borhàntan möbaran de maschìna. Palle hat-ar gazécht nòkkalan an blékha metten slüsseln gapùntet aù, diiza blékha hötte gadiint so spiigalan in bint.
Dar Jakopo hat galèchelt zéganten in alten mann borhàntan büuspretan, siigan, tèkkalan, drukhan naach, un dénne bon nòjame so büuspretan ane hòrran khòas galòit, as net ‘s zàin gapàinane ataman.
Alles in àname stròoche, da, bon ilchar zàiten bondar musik-Maschìin, manzèinan in mìtten, an züuses gabìspalach bonnara spaatzen.
Dar Jakopo hat net mèar galàchet un hat-zich dorkhlùpfet bor ‘s klòone zèchle bolàibet denàabe.
Bor ghèban net briighe me Gàigare, dar puube ist gant ear zèlbort innont bondar maschìin bor zégan ba es is-sich logaart, badar de zàin pàine ist gabéest net nöotig ambìa, alles in àname stròoche, hat-ar bostànt: “Ist de maschìna ba bispelt, ba lòitet. Ist de morghen richte!“
Dar alte mann hat net gabìsset in bundar me puuben, un ear ist gant höortan büar so möbaran de maschìna.
Bénne dar Gaigar hat gariibet, dar Jakopo ist gant nàgane iime ane börtar zòbel ar ist gabéest unklóobanten. Dar Jakopo hat gabòorset somme alten manne az börte-ze gabéest de “morghen richte” des ba ear hat kàum gafàifet.
Ja! Hat khöt dar Gaigar, lùstig zéganten in mostàtz bomme puuben azò gabùndart.
Den aabend, dar Jakopo ist bolàibet dorbékhet bor biil sait, so baròotan pildar un projetten nach dar maschìin.
Az morghesen hat-ar gaséelt aù de zàin pensiiren somme Gaigare. Ear hat khöt as ze möghent lègan in de “morghen richte” de versen bon ilchar zachen bia ‘s pillan dar billen gòose, un biil andare noch.
An tag, probaaranten, dar Jakopo is gakhrabelt òbarn drau dar grossen maschìin, bor zégan de snüure ba habent-me gapréart gasiighet mìntzig.
Gastàighet òbarn in stèkhen gapùntet mittanàndar, hat-ar gazécht, àu fan ànara bente braan iime, éppasen ungalàiche.
Met anara blékhen, hat-ar gamacht aù an prukka so snappan in pozöol dar bente.
Ear hat-zich gabundart bènnanten, in diiza khlòona skàffa, an holzarn stuul gasnitzelt un gaberbet àu.
Dar Jakopo hat garüufet me alten manne, dénne is galóofet abar pàdar bente un hat en gasnàppet.
Ear hat ghéet in khlòone stuul somme alten manne ba hat-en galummet met sittaranten hénten.
De sbèrglen bon langhar sàit zaint-za gabéest nach kùkkaran-ze.
Darnaach ba ze habent en galuughet un galuughet bon nòjame, dar klòone stuul ist gabéest galeghet ba iss-ar gabéest gabùnnet.
Des maal, in de hoome, ze habent gaprèchet anlòan bon dìizame, ze zaint gabéest biil lustig.
Ze habent gaerbatet noch mèeront, gasiipet bon diizame.
An nacht dar Gaigar hat dorbèkhet in Jakopen. Ear hat me khöt so légan aan ‘s gabànt ambìa ze börtan gant abe in de kùbala, dar Jakopo hat-zich net gamàcht peetan ambìa iss-ar gabéest fròo so ghéenan in doi zàita.
Nach me béeghe ba hat-ze gatràghet kadar kùbalen, ze habent gaprèchtet kàif mittanàndar.
Bénne zaint-za rivàrt kamme Tagaloche, ze habent-zich gasotzet.
Es ist gabéest tunkhel.
Dar Gaigar hat gasòghet me Jakopen an stèerna, de mèeront liichte.
Ar hat-me khöt ad-ar börte gant abe in de kùbala, bail dar Jakopo hötte gapaitet ‘s dorplitzigan bondar stèarn metten èersten lichten me taaghe, un kaum gaséghet diizen, hötte me gasikhet an bénkh bondar snòosse me loche un dénne hött-ar-en gasnàppet.
Dar Gaigar ist gant abe padar stiighen un is dorplitzet dehiin. In de tünkhele dar kùbalen.
Dar Gaigar hat gaglaset aan bóar in hümmel bor zégan de stèerna un dénne in Jakopen innont dar nachte, de zàin pensiiren zaint gabéest gapròkhet bondar brisse dar morghen richte, ba ist gastant in de tüar.
Ear hat gahòrt imme luufe, éppasen ba ist khent an botta bomme balle, an botta bondar tünkhele dar nachte un hat-zich gamöbart umme nach iime.
Ear hat gadénkhet ambìdar me bénkhe ba hötte gamüsset sikhan somme alten manne.
Alles in àname stròoche ar hat ‘s bostànt.
Dar Gaigar hötte gahöobet aan möobaran de maschìna jüsto bénne de stearn börtan dorplitzet bomme hümmale az morgasen brüun. Dar Jakopo hat galuughet noch mèeront diiza stèerna riibalanten-zich de müuden óoghen un mettar börte so béelan. Azò hat-ar-ze gazécht sbìntan un dorsbìntan, mèeront béerte hat-ar gadénkhet so rüufan me alten manne badar zaint-za gabéest anlòan de zàin óoghen ba habent-en foraatet.
Amme lésten hat-ar-ze net mèar gazécht. Is-s gabéest de morghen richte.
Dar Jakopo ist gastant àu atte büuse un zobìa an glitz is-ar rivaart nàgane dar kùbalen, da, ar hat gabispelt so rüufan me alten manne, dénne is-ar gant lóofanten abe padar prukkhen. Bail ar ist gabéest naach ghéenan abe, an hènnahaut ist-me gant aù pamme rukkhen. Ear ist gabéest nòchont rivaart kamme léesten skaliin bénne ar is-sich gahàltet àu.
In de stille ar hat gahòrt ‘s gazang me natigale, dénne hat-zich gazùnzart an sbéentes gazang gadékhet àu draaten bomme khrakkan bon taaghen, dénne hat-ar gahòrt ‘s garùspalach bon bòichten un pillan an billes khitzle. ‘S gahìchalach bon àname rosse.
Dar mostàtz me Jakopen hat-zich galichtet, ear hat gahòrt doi belt dorbékhan-zich.
Dar Jakopo hat-zich nìa dormüudet so luugan in alte mann, ba ane dormüudan-zich, hat ganüzet de erbot platta. Hèmmest un dénne dar Jakopo hat galuughet de bant ane zégan sberglen odar faaden. Dar Gaigar ist gant büar so fàifan un nicht hat-en gamöcht haltan aù. Nàgaranten-zich me alten manne, is-ar-sich gatant baar as imme zàin mostatze de óoghen zaint gabéest mòal. Ze habent gabelt ambìdar.
De sbèrglen börtan net khent so horran-ze.
Dar Gaigar is-sich ghet biil so tüunan, ear hat gafàifet ambìa dii galoite zaint gabéest de zàin rüufe bor rüufan-ze èerzing, bor machan-ze khèeran in de hooghe ebane.
Dar Jakopo met àname khnopfe in de khéela, ist gakhrabelt fintz af de ébane bomme stuule. Luuganten abe un zéganten in alten man naach maataran, zéganten de grosse maschìna un bissanten biibel ear hat gamàtart, dar Jakopo hat gapòchet dar kùbeln, sraiganten-dar tzua, un bidar de sberglen un de faaden och.
< ’s ist net jüsto dat khòas bon oich lüuzane aus ‘s galoit dar morghen richte, dar Gaigar hat biil gamaatart! Biil!>
Dar Jakopo hat galuughet in alten mann un ar hat galèchelt. De kùbala hèmmest, ist gabéest bolla sbèrglen un faaden. Tàuzing un mèeront och sberghlen un faaden ba habent-zich gamöbart in an liicht dorplintanten.
Dar Gaigar hat gamàcht ghéenan umme de maschìna, fròo zobìa an khint.
Dar Jakopo ist galóofet kamme alten manne metten óoghen ba habent-gasprützet aus lùstighekhot bóranbral. Dar alte mann hat bostànt as de maschìna ist gabéest guut söon bon langhar sait badar ze is gabéest net ganùg; diize sprìzigaten herbigar bondar natùarn habent gamanghelt so zainan gasichart. Zoi habent gakhlóobet son börtarn me Jakopen.
Dar alte mann prèchtanten memme Jakopen met an mìntzig mòolekhot, is-sich gabóorset bor an aatom bia börtan gabéest de khemmante taaghe. Dar puube hat-en gapittet so tüunan in hüutar bondar kùbeln un bondar zàin stüllinghe.
Dar alte mann hat galèchelt. Ear ist gabéest gafròant bon börtarn me Jakopen. Ear hötte gamacht azò.
Spéetor dar Gaigar hat ghet an plètale somme puuben met böortarn bon böolekhot bor khödan-me borbaisgot. ‘S plètale ist net gabéest gasràibet nützanten de littarn badar met khloonen pildarn.
Dar puube hat-s gakheart un bohèertzet hat-ar-en gasnàppet umme.
Gariibet.

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